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GRAMMATICA UMORISTICA

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    Possiamo dire e scrivere le parolacce? La buona grammatica, che precede la buona scrittura, non esclude l’uso della parolaccia, non è una prassi contemplativa, ascetica, asfittica, salottiera e per signorotti ammuffiti. Forse che appare più elegante rifugiarsi in una sorta d’inglese virtuale, come fanno i mestieranti dei social network? Blogger, content manager, digital media strategist, web writer, web marketing manager, e chissà quanti altri ambigui personaggi nascono ogni giorno dal wikiconcepimento, diventano wikistudenti e si proclamano wikimanager: prudenza e buon senso, congiuntivi e punteggiatura, stile e contenuti scompaiono, schiacciati da coloro che in poco più di un decennio hanno fatto fuori tutto ciò che è stato prodotto dai tempi delle tre Corone fino a quelli di Tullio De Mauro & Co. Dunque: meglio una parolaccia pertinente e limpida! Siamo convinti di ‘capirci’, anche se il nostro discorso è diventato illusorio, impreciso e, molto di frequente, grottesco. Si dice è coinciso oppure ha coinciso, ha prevalso oppure è prevalso? Più estremo si può dire? Tra sclèrosi e scleròsi quale forma scegliamo? Questo libro, ispirato da un’ironia pungente, è ampiamente dedicato ai conflitti linguistici e alle frustrazioni di parlanti e scriventi e, in ciò stesso, rivela la propria curiosa e burlesca utilità.